giovedì, 19 novembre 2009


L’ospite ambiguo
traduzione di Bruno Cavallone
(da “Trilogia”, Milano Libri edizioni 1973)


L’ospite sgradito
traduzione di Giuliano Dego
(da “L’ospite sgradito”, Rizzoli 1994)


L’ospite equivoco
traduzione di Matteo Codignola
(da “L’ospite equivoco”, Adelphi 2004)
mercoledì, 18 novembre 2009


Parlare di Edward Gorey non mi è facile. Non mi è mai facile parlare degli autori che amo.

E poi Goery non è facile inquadrarlo di suo perché quello che fa Gorey assomiglia a varie cose diverse ma poi non è nessuna di quelle cose lì. Per esempio ha spesso usato la forma del picture book, tipica di certa letteratura per l'infanzia anglosassone, ma non è un autore per l'infanzia anche se poi c'è chi dice che "è perfetto per i bambini" (e lo dice Maurice Sendak, mica il primo bischero che passa) poi c'è anche chi dice che i libri di Gorey i bambini non dovrebbero neanche prenderli in mano, ecco tra questi non escluderei che ci fosse anche il primo bischero che passa, però c'è chi lo dice. I libri di Gorey assomigliano all'horror, al melodramma ma alla fin fine, di preciso, assomigliano solo ai libri di Gorey.

Qui da noi non è molto conosciuto, ma altrove gode di vasta fama e la sua influenza su certi autori contemporanei è lampante. Per citare solo il più famoso, penso che molto dell'immaginario di Tim Burton semplicemente non sarebbe concepibile senza Edward Gorey alle sue spalle (se avete presente il libro di Burton "Morte malinconica del bambino ostrica e altre storie" e già conoscete Gorey forse sapete già anche cosa voglio dire). Più ancora di Chas Addams Gorey ci ha regalato una forma tutta personale di immaginario gotico americano.

Poi si potrebbe parlare di quanto Goery assomigliasse a un personaggio di Gorey (o viceversa, ma la preferisco detta così) alto, secco, con la barba bianca, una pelliccia da uomo e le immancabili scarpe da ginnastca ai piedi. Con una casa delle meraviglie piena di innumerevoli oggetti trovati nei mercatini dell'usato o chissà dove, gatti, libri, dischi e peluche più o meno sinistri.

Credo che il primo a pubblicare Gorey in Italia sia stato Oreste del Buono [update: e credo male, che come ipotizza Sparidinchiostro nei commenti deve invece essere stato Giovanni Gandini], sulle pagine di Linus e in un bel libro Milano Libri Edizioni uscito nel 1973 dal titolo "Tirologia", il titolo allude alle tre storie che raccoglie: "The Other Statue", "The Guilded Bat" e "The Doubtful Gest". Lo scopersi solo una decina d'anni dopo la sua uscita. Me lo portò in dote la mia consorte, faceva parte dei libri della sua infanzia (che, evidentemente, i suoi la pensavano più come Sendak che non come quel bischero di passaggio).
Tra me e il bizzarro ospite della terza storia fu amore a prima vista (e quindi, di rimando, anche verso il suo autore). Battendo le librerie di Londra, negli anni '80 e '90, quello della "G" di Gorey era uno degli scaffali che non mancavo mai di visitare. Particolarmente ghiotte, per un ragazzo squattrinato quale io ero, erano le voluminose antologie in brossura che, periodicamente, raccoglievano i lavori del nostro. Il formato delle riproduzioni lì è ben più piccolo di quello delle deliziose edizioni singole, ma "Amphigorery" allora come oggi costa circa il doppio di uno dei volumetti con copertina rigida ma oltre a "The Doubtful Gest" ne conteniene altre quattordici, di storie.

Da noi invece niente. Per rivedere il nome di Gorey in una nostra libreria mi tocca aspettare il novembre del 1994 (e, credo, non per colpa della mia svagatezza) quando la Rizzoli pubblica il volume "L'Ospite sgradito e altri 12 racconti d'umorismo nero" un'idea encomiabile portata a compimento in modo dissenato: la stampa è infatti di una qualità canagliesca e, dato il fine tratteggio e il gioco sui buî dell'autore, stampare male Gorey e non stamparlo è meglio non stamparlo.
Poi più nulla per quasi dieci anni. Nel 2003 trovo - uscito per Adelphi - "Gattegoria" (opera per me un po' trascurabile, ma magari è solo colpa del fatto che a me il pelo dei gatti fa bruciare gli occhi) ma l'anno dopo esce "L'Ospite Equivoco" facendomi contento. Da allora l'Adelphi ha fatto uscire un paio di altri titoli e ormai non è più neanche l'unica ad averlo in catalogo.

Tirando le somme: di "The Doubtful Guest" esistono in italiano tre diverse edizioni e traduzioni. Le prime due sono ormai fuori catalogo e se per quella Rizzoli non c'è da versar lacrime quella di Milano Libri può valer la pena di cercarla nelle librerie dell'usato o su eBay: la carta è ottima, la stampa pure e la cura redazionale anche, tutti i testi poi sono impeccabilmente scritti a mano (da tal Franca Ferrazza) riproducendo il lettering originale dell'autore. Anche l'introduzione al volume è scritta così. Ma visto che, difficilmente, molti dei miei cinque lettori si metteranno davvero a cercare l'edizione Milano Libri (e poi, comunque, mica è detto che la trovino) e, in ogni caso, visto che la rete per me è soprattutto condivisione del sapere ho deciso di fare una cosa...



Domani posterò qui una sorta di edizione monstre di "The Doubtful Gest", ossia tutti i disegni (ma piccini eh, che questo è un blog mica un libro), il testo originale inglese (in tutto sono ventotto versi, non aspettatevi "Infinite Jest") e le tre traduzioni in italiano.

Voi però non prendetelo come un invito a non comperarvi il libro, che anzi è proprio il contrario. La mia fantasia è che guardandolo e leggendolo a video vi venga voglia di avercelo anche per le mani, che è una cosa bella e mica è difficile da fare. L'edizione Adelphi ha un formato un po' piccino ma è un oggetto delizioso che costa nove euro, la potete ordinare dal vostro libraio di fiducia che magari vi fa pure lo sconto, oppure potete comperarla con l'internet (tipo qui, qui, qui oppure qui dove al momento viene via per sette euro e venti). L'edizione originale poi c'è da Book Depository per soli cinque euro e settantuno (e questa è una libreria on-line inglese che non fa pagare le spese di spedizione quindi, non essendoci dogana, pagate proprio solo cinque ero e settantuno e ve lo portano pure a casa, che anche Play.com è inglese e non fa pagare le spese di spedizione, ma lì costa sei euro e quarantanove) se poi volete prendervi tutta "Amphigorey" vien via per undici euro e sessantasei. Dopo il continua a leggere i miei saluti, un piccolo omaggio e un paio di link.
domenica, 15 novembre 2009
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categorie: letteratura, edward gorey, prossimamente qui, doubtful guests
sabato, 07 novembre 2009
Nota bene: se non vi piacciono le storie con molti personaggi lasciate perdere questo post e aspettate il prossimo che faccio sulla galera che tanto lì siamo sempre in pochissimi.

Nella mia famiglia si parla poco e si racconta anche meno. A volte mi sono chiesto se nella vita sono finito a raccontare storie per mestiere perché da dove vengo io di storie se ne raccontava pochissime.
Tra le pochissime storie che so della mia famiglia un paio riguardano i nomi. E mi sono venute in mente leggendo e commentando questo post di Viadellaviola (in cui, facendo pure la figura di quello mica tanto sveglio, ho scoperto una cosa che i suoi lettori affezionati sapevano già, ma io che la seguo da meno non la sapevo e così ho scoperto che quando Viola dice "mi chiamo Viola" non dice la verità, o almeno non è verità anagrafica, che lei ha un altro nome che neanche le piace, comunque, per me Viola è e Viola resta, anche perché, per me, per come son cresciuto io, mi pare normale che le persone abbiano nomi diversi, "sensibili al contesto" come certi menu dei programmi dei computer, il presente post spiega un po' perché per me è così).

Io mi chiamo Andrea. Il mio nome è stato scelto un po' in fretta, perché i miei volevano la femmina, volevano a tal punto la femmina che si erano preparati solo per quella eventualità lì. Il nome per la femmina c'era già. Poi sono nato io. Cazzo, un maschio :( Allora la mamma ha proposto Guido, il babbo ha proposto Niccolò e poi si sono accordati su Andrea, che era un bel nome, poco comune senza essere strano (poco comune, ahahah). Quando è arrivata mia sorella il suo nome era già lì ad aspettarla da sei anni almeno: Francesca.

Per quel che ne sappiamo, io e mia sorella siamo la prima generazione della mia famiglia in cui ci chiamiamo tutti sempre nello stesso modo. Cioè, lei si chiama sempre Francesca, io mi chiamo sempre Andrea (a parte una volta che mi sono chiamato Ignazio, ma solo per finta e per pochi mesi).

nostro babbo
Mia nonna Wanda aveva un solo fratello, amatissimo, che purtroppo le è morto di tubercolosi quando era giovane. Lei aveva giurato che se avesse avuto un figlio si sarebbe chiamato come lui: Walter. Per prima le è nata mia zia Fiorella, per ultima è nata zia Donatella ma in mezzo è arrivato anche il maschio, mio babbo. Ovviamente sul nome di dubbi non ce n'era: Walter.
E così, finalmente, arriva il bel giorno in cui nonno Galileo, marito di Wanda, deve andare a registrare in comune la nascita di loro figlio. Solo che lì capita un guaio. Arrivato nell'ufficio preposto, mio nonno scopre che mica si può mettere nomi stranieri ai propri figli, che siamo ancora sotto il fascismo quando nasce il mio babbo e c'era una legge apposta che vietava proprio quella cosa lì. Quindi di Walter non se parla. L'italiano sarebbe Gualtiero, ma magari mio nonno neanche lo sa, e poi Gualtiero, dai, non scherziamo, meglio allora un nome qualsiasi, tipo Carlo. Ecco, allora mio nonno registra suo figlio come Carlo.

Solo che Galileo, tornato a casa da Wanda, non lo trova mica il coraggio di dirle che la promessa di una vita, chiamare il bambino come suo fratello, non gliel'ha potuta mantenere. E il tutto per colpa di quei bischeri che al posto di "cocktail" vogliono che si dica "bevanda arlecchina" e che hanno fatto cambiare il titolo di "Saint Luis Blues" in "Le Tristezze di San Luigi".
Passano gli anni, il bambino cresce e tutti lo chiamano Walter, e solo mio nonno sa la verità. Verità però che aspetta il mio babbo sotto forma dell'appello, a scuola, il primo giorno della prima elementare, quando, stupefatto, si sente chiamare dalla maestra con un nome che non è il suo.
Da allora il babbo è stato Walter in famiglia e Carlo a scuola e poi per i colleghi di lavoro ("Carlo Walter" nell'elenco del telefono, che non sai mai chi ha bisogno di telefornati).

Mia mamma (che penso sia l'unica persona in italia, e forse nel mondo, a chiamarsi Almiana, ma questa è un'altra faccenda) ha incontrato mio babbo a un corso serale, quindi lei ha conosciuto Carlo. Prima di sposarsi, naturalmente, è stata  presentata in famiglia e lì lei era l'unica a chiamarlo in quel modo. Finché la nonna Wanda una sera non l'ha presa da parte e le ha chiesto il favore di chiamarlo anche lei Walter, che altrimenti a lei faceva impressione e le sembrava che mia mamma stesse per sposare un'altra persona, che non era suo figlio. Da allora mia mamma lo chiama Walter o, più spesso, Walterino.

Sul nome del babbo non ho altro da dire. Però, posso dire il suo secondo e terzo nome, che poi sono quelli dei suoi nonni, ossia Pomplilio e Priamo, perciò il nome completo è Carlo Pompilio Priamo.

nostro nonno
Nonno Galileo, quello che ha combinato il pasticcio col nome di babbo, mica si chiamava Galileo! Lui si chiamava Antonio.
Il fatto è che lui era figlio di Pompilio e di Anna, due tipi che nella vita la pensavano proprio diversa. Il nonno Pompo (che lui aveva questo diminutivo qui) era un ferroviere, anarchico, che viaggiava l'italia col treno a vapore, la nonna Anna era invece una donna devota, e molto, che di nascosto dal marito gli cuciva le medagliette dei santi sulla canottiera di lana, perché lo protoggessero quando era via da casa. Poi Pompilio arrivvava stanco a fine giornata che si trovava chissà dove nell'Italia, andava a dormire in una qualche camerata delle ferrorive piena di colleghi fuochisti, macchinisti o quello che erano, e spogliandosi scopriva di avere le medagliette dei santi cucite alla canotta. E giù i cristi del nonno Pompo e giù le risate dei rudi colleghi ferriovieri.
Quando nacque il loro unico figlio, cioè mio nonno, toccò alla mia bisnonna Anna andare a registrarlo (che il mio bisnonno Pompilio era lontano, sulla macchina a vapore) e lei, con un colpo di mano, lo registrò come Antonio, che lei di Sant'Antonio era tanto devota (e le medagliette che cuciva al marito, di sfroso, io penso che fossero proprio della Madonna e di Sant'Antonio). Tornato a casa Pompilio scoprì quello che gli aveva combinato la pia moglie e (m'immagino io, dopo una salva di bestemmie da far tremare tutti e sette i cieli) impose che il loro figlio sarebbe sempre stato chiamato Galileo, in onore dello scienziato che si era opposto alla Chiesa e con cui, all'epoca, il Papa ancora non aveva fatto pace (che la riabilitazione dello scienziato pisano avverrà solo nel 1992, col nonno Pompo sottoterra già da parecchio e nonno Galileo che lo avrebbe raggiunto appena l'anno dopo).

nostra bisnonna
La nonna Anna (mamma di Galileo/Antonio, nonna di Walter/Carlo, bisnonna di Francesca e Andrea nonché devota di Sant'Antonio) quando arriva il suo momento muore pure lei.
Giunti al camposanto per seppellirla i parenti però scoprono che sulla lapide non c'è mica scritto "Anna" (e ti pareva) c'è scritto "Eleonora". Che la nonna Anna si chiamasse Eleonora non lo sapeva nessuno, o giù di lì, e il perché del suo doppio nome io proprio non ve lo posso dire, non è un segreto è che non lo so. E non lo sanno neppure i miei genitori. Perché, l'ho già detto, noi si parla poco e si racconta anche meno e queste che ho raccontato qui sono tutte le storie, o giù di lì, che so sulla mia famiglia.
giovedì, 05 novembre 2009
È una giornata piovosa di settembre, sono al portone del femminile e attendo che l'agente di custodia mi apra. Entro. La detenuta è già lì che mi aspetta, ora dobbiamo andare insieme di là, in redazione al quarto maschile. Però l'agente di custodia ci ferma, l'usuale operazione di registrare i nostri nomi in uscita, questione che ha sempre preso poche decine di secondi, questa volta pare necessitare di minuti e minuti. L'agente controlla chissà quali circolari, si rilegge la sconsegna della detenuta (cioè il pezzetto di carta che l'autorizza a uscire dal reparto senza la presenza di una guardia). Questo agente non ha mai avuto una faccia cordiale ma oggi ha proprio un'espressione come un po' da stronzo e ho l'impressione che perda tempo a bella posta.
Finalmente ci dà il permesso di uscire e ci riapre il pesante portone blindato, usciamo e subito, a commento di quello che è successo, la detenuta mi dice che in quella settimana lei è in lite con gli agenti. Dice che durante una perquisizione in cella le hanno pretestuosamente sequestato i colori con cui dipinge e da allora lei sta facendo casino e qualcuno di loro le fa dispetti.

Per fortuna ha smesso di piovere e nel tratto all'aperto tra il femminile e il maschile non devo tirar fuori l'ombrellino che (non senza qualche dubbio) mi sono portato dietro. Il fatto è che quello che so io delle carceri (e del sistema giudiziario più in generale) è molto più legato ai film americani che non alla nostra legislazione (a proposito, lo sapete che in Italia a un giudice non si dice "vostro onore", vero?) e quindi non sapevo se in galera un esterno come me può portare dentro un ombrello. Perché in una prigione USA secondo me un ombrello non te lo fanno mica portare. Che poi, probabilmente, cambia anche da carcere a carcere, comunque di differenze tra i penitenziari USA e il mio carcere, per fortuna, ce ne sono parecchie. Da quello che so, nelle prigioni statunitensi non si possono tenere neanche dei cd musicali, che una volta spezzati possono risultare taglienti. Nel mio carcere invece non solo ci sono i cd e i dvd, ma si possono tenere addirittura delle scatolette del tonno, che poi i coperchi (che lo so bene io quanto tagliano) una volta ripuliti, possono essere usati come rudimentali coltelli da cucina, visto che i coltelli veri sono - comprensibilmente - proibiti. Insomma alla fine per l'ombrello non mi hanno fatto storie. E poi, per fortuna, neanche piove.

La sessione di lavoro va bene. Mettiamo a punto i testi della puntata, poi stiamo un po' a chiacchiera e infine ci si saluta. Quindi riaccompagno la detenuta.

Quando siamo a pochi metri dal portone del femminile, nella finestrella del quale già intravedo l'agente che prima ha fatto un po' lo stronzo, la detenuta fa un gesto molto normale e molto strano allo stesso tempo. Mette una mano nella borsina dove tiene il quaderno, il tabacco e le cartine per prendere le chiavi di casa.

Se ne accorge e, ridendo, me lo dice. E io penso che in fondo è naturale: sta per rientrare a casa, c'è il portone chiuso e quindi cerca le chiavi. Peccato che alle detenute le chiavi della prigione non le lascino tenere. Neanche in un carcere avanzato come il nostro.
Mentre ancora ridacchia per questo "lapsus" io penso anche che quello mi sembra comunque un buon segno di come si sta vivendo lei la prigione, e glielo dico. E poi le dico un'altra cosa: "comunque tu non hai bosogno delle chiavi, visto che hai un portiere a tua disposizione" e proprio in quel mentre l'agente di prima ci apre il portone e ci fa entrare.

Se non abbiamo nulla di particolare da dirci, a volte, saluto la detenuta sulla porta. Ma questa volta entro apposta nell'atrio e la saluto con calma, così l'agente deve rimanere ad aspettare sul portone che io me ne vada, per poi richiudere, proprio come se la detenuta fosse a casa sua e lui fosse l'usciere di un residence.

Che si crede? Di essere l'unico capace di ripicche piccine?
Esco sorridendo.


senza passare dal via (8)
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categorie: ombrelli, iome, senza passare dal via, macgyver carcerario
mercoledì, 28 ottobre 2009


Questa qui sopra è una pin-up del dinamico duo di eroi Taxman & Tobin. È tratta dall'albo Il ritorno del commercialista oscuro, scritto da me e disegnato da marco ligabò. Lo pubblichiamo con i CANI che sono arrivati alla loro ultima uscita. Il tempo di presentarlo a lucca insieme agli altri, estremi, due titoli del gruppo e si chiude.

Partiamo domattina prima dell'alba. Fino a domenica sera, nel caso, mi trovate là, alla Self Area.

Poi magari, quando torno, con comodo, ne riparlo di questa cosa che i CANI chiudono, però non è che ci sia molto da dire in più di quanto non abbia già detto lorenzo qui, dove spiega i motivi e, già che c'è, sunteggia i cinque anni di attività del gruppo (che poi per davvero sarebbero sette).

Comunque, buona fine di settimana e a dopo lucca!
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categorie: cani, lucca, iome, adii, lucca 2009
mercoledì, 28 ottobre 2009
La questione di offrir cose, in carcere, mi pare abbia una certa rilevanza. Devo ancora capirla bene, ma il caffè (già zuccherato) portato nel termos, la sigaretta offerta, la caramella, credo abbiano più peso dentro che fuori. Non so se è perché lì dentro si ha molto meno di quello che si ha fuori - meno soldi, che anche chi lavora non guadagna mica tanto, e meno in termini di scelta -  non lo so, devo ancora capirla bene.

Io a riguardo non do molta soddisfazione, che fumare non fumo ma in compenso neanche bevo il caffè. Allora la detenuta porta apposta le pastiglie leone da offrirmi e, in queste ultime volte che si lavora da lei al femminile, mi fa trovare acqua e orzata, oppure oggi acqua e menta.

E allora questa volta ho portato una confezione di pocket coffee (che non è stato facile, visto che nessuno dei supermercarti che frequento li tiene). Grande successo.
Perché io neanche lo sapevo, ma i pocket coffee e i mon chéri nel mio carcere sono appena andati "fuori catalogo", nel senso che prima i detenuti li potevano ordinare (all'interno del limitato elenco delle cose che possono ordinare facendo la spesa) ora non più, ora solo ferrero rocher e i raffaello, quelli al cocco (decisione a mio avviso opinabile).

Oggi abbiamo lavorato molto poco e chiacchierato un po' dei fatti nostri. Soprattutto di questioni sentimentali. La chicca della giornata penso sia questa affermazione del detenuto: "a me le donne fanno più paura delle armi" che detto da uno che una volta gli hanno sparato non mi pare male.

Io ci ho pensato un po' e poi ho deciso che no, a me fanno più paura le armi (ma forse è solo ignoranza, che io con le armi non ci ho mai avuto a che fare).

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martedì, 27 ottobre 2009
Sono nella redazione del giornale del carcere. Sto a chiacchiera con la detenuta, il detenuto e un altro detenuto che, forse, è il caporedattore (ancora non mi oriento benissimo).

Arriva la mia amica (quella che mi ha chiesto di collaborare al giornale) e mette sul tavolo, per offrircele, una bella manciata di caramelle assortite, di tutti i colori. Faccio appena a tempo a prenderne una che tutte quelle azzurre sono sparite. In un batter di ciglia non è rimasta neanche una caramella all'anice.

Alla detenuta l'anice non piace, lei ne ha presa una sola e ai frutti di bosco, è chiaro che la decina e passa di caramelle all'anice se la sono intascata gli altri due. La mia amica e la detenuta ci scherzano sopra ed è chiaro che c'è qualcosa che io non so. Perché le caramelle all'anice sono così preziose?

Me lo spiegano. È che vengono messe nel caffé per farlo diventare caffè all'anice. Un piccolo lusso.

Ho imparato un'altra cosa: in carcere una caramella all'anice vale di più di una caramella ai frutti di bosco (ma non per la mia detenuta).
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martedì, 20 ottobre 2009
Io da domani sera (e fino a domenica) sono QUI (che poi vorrebbe dire QUI) se ti piacciono i fumetti e sei in zona dovresti esserci pure tu, io penso.

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sabato, 17 ottobre 2009
Oggi pomeriggio ho visto un film su Italia Uno. Non era un bel film, mi pareva un film per ragazzini fatto con professionalità ma di una discreta pochezza. Un prodotto più televisivo che di sala, e non dei migliori, non brutto ma diciamo proprio un filmetto qualunque. S'intitola D.E.B.S. spie in minigonna, è del 2004.



La storia è presto detta: le ragazze di uno speciale college americano sono tutte allieve spie alle dipendenze del governo (e sono tutte fighe). Combattono la criminalità. Ma la migliore di tutte (quella bionda, alta, al centro della locandina) s'innamora dell'oggetto della loro indagine, la persona che sta al vertice di una super organizzazione criminale. Questo le causerà parecchi guai - in primo luogo con le sue amiche - anche se alla fine l'amore (e l'amicizia) trionferà. Fine.

Il fatto è, però, che anche la persona di cui s'innamora la biondona è una gran bella ragazza, e così la biondona si scopre lesbica (mentre la criminale, di esserlo, lo sapeva già). Dopo alcune (un po' scipite) traversie la criminale - per amore - smette di essere una criminale e la spia smette di essere una spia (che poi neanche ci teneva). Fine.

La cosa notevole è che il tema omosessualità viene trattato con assoluta noncuranza. Senza alcuna strizzatina d'occhio allo spettatore maschio (e sarebbe stato facile essendo tutte le interpreti giovani e fighe) e senza atteggiamenti apologetici o barricaderi (che l'autrice poi ha girato qualche episodio di The L world e quindi il rischio magari c'era). La scoperta dell'omosessualità della protagonista è messa in scena come se fosse una cosa normale e il punto fosse un altro (perché il punto della trama è un'altro, non una femmina che s'innamora di una femmina, ma una rappresentante della legge che s'innamora di una criminale). E la cosa davvero notevole è che - a parte la tematica lesbica, trattata impeccabilmente - il film è un film superficiale. Un film qualunque.

E io ho pensato due cose:

1. che, nel pomeriggio del sabato, ci vuole un bel coraggio per programmare - qui in italia - un film per ragazzi che ruota attorno a una storia d'amore lesbica (trattata, per di più, in modo non problematico). E Italia Uno da questo punto di vista a me aveva già dato le sue belle soddisfazioni (ma stavolta anche di più).

2. che questo è un altro di quei casi in cui vedo bene la differenza tra il mondo com'è e come vorrei che fosse.
Che io vorrei tanto poter dire che oggi pomeriggio su Italia Uno c'era un film un po' del cazzo che ho cominciato a vedere per sbaglio ma poi ho spento subito e sono andato a fare la spesa. E invece devo dire che oggi pomeriggio su Italia Uno c'era un film che ho cominciato a vedere per sbaglio e che mi ha colpito, che quando ho capito dove andava a parare la trama sono rimasto lì fino alla fine - che poi la spesa sono andato a farla alle quattro col supermercato pieno - per vedere come veniva gestito il ginepraio in cui l'autrice  si stava andando a cacciare (con la brillante soluzione di non consideralo un ginepraio, neanche un po').

Insomma, io vorrei tanto vivere in un posto dove D.E.B.S. non fosse, almeno per me, argomento di conversazione (e di ammirazione), un posto in cui questo post (e neppure il film, un ottimo film sull'omosessualità abilmente travestito da teen-spy-movie qualunque) non avrebbe nessuna ragion d'essere.